| Ricerca: Le altre povertà |
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La nostra ricerca nasce con l'intento di verificare se i giovani che abbandonano
il sistema della scuola, riescono attraverso percorsi nella formazione professionale
a qualificarsi ed inserirsi nel mondo del lavoro. L'attenzione si è concentrata
particolarmente sulle loro condizioni socio-economiche per comprendere se esistesse
un nesso tra queste e l'abbandono.
Sicuramente l'abbandono scolastico ha delle cause che non sempre sono legate alla
povertà economica, spesso sono povertà sulle quali è più difficile intervenire.
Tradizionalmente la formazione professionale si è da sempre fatta carico del problema
e molte volte questi ragazzi in essa hanno trovato la spinta a rimotivarsi, a ripartire
per costruirsi un Progetto di vita e di lavoro.
La scuola ha fallito nei loro confronti e riteniamo abbia una grande responsabilità
abbandonandoli di fatto.
Una scuola ancora troppo selettiva, non attenta, che opera su giovani che si trovano
in una fase delicata della loro maturazione.Il distacco della scuola molte volte
mette in crisi e compromette queste trasformazioni.
È evidente che la famiglia è determinante in quella fase che sta tra la socializzazione
primaria e quella secondaria perché oggi ancor di più essa orienta i componenti
ed incide sui loro comportamenti così come il contesto in cui il ragazzo vive (gli
amici, il quartiere...) contribuisce alla formazione della sua personalità.
La scelta di "stare dentro-stare fuori" dal sistema scolastico rischia di segnare
la vita futura del ragazzo e non solo la sua. Anche perché lo "stare fuori" coinvolge
in Italia un numero impressionante di giovani circa 500.000 ed il Piemonte non è
immune da questo fenomeno.
Purtroppo le caratteristiche dei dispersi sono sempre le stesse, percorsi scolastici
inadeguati, rendimenti medio-bassi, spesso provenienti da famiglie con risorse limitate.
La bassa qualificazione poi li costringe inevitabilmente verso un lavoro nero, irregolare
e ripetitivo. Per chi è poco qualificato o lavora con orari parziali, questo significa
inevitabilmente un avvicinamento alla povertà relativa. Il "lavoro normale" sta
diventando sempre più minoritario ed il lavoro che si crea è per lo più informale,
irregolare, frammentario. E chiaramente molte certezze e sicurezze vengono meno,
perché il lavoro tradizionale consentiva di progettare una vita, cosa che i "lavori
spezzati" certamente non permettono.
Un mercato del lavoro nel quale è facile entrare ma lo è ancora di più uscirne senza
aver accresciuto, con queste precondizioni di partenza, neppure le competenze necessarie
per imparare un mestiere.
Il reddito ed il lavoro sono due indicatori con cui ogni famiglia deve confrontarsi.
E le famiglie dei giovani di cui si occupa la nostra ricerca non sempre sembrano
essere nuclei famigliari coinvolti da situazioni di reddito da lavoro ai limiti
della soglia di povertà. Sembrano manifestarsi povertà ancor più insidiose di quelle
tradizionalmente economiche.
Ovviamente una situazione lavorativa precaria o addirittura una mancanza di lavoro
non aiutano certo il giovane ad uscire dal circuito in cui si è trovato spingendolo
così verso forme di disagio o addirittura verso una vera esclusione sociale.
In una Comunità Europea che si pone come obiettivo di ottenere entro il 2010 un
tasso medio di abbandono scolastico inferiore al 10% (attualmente il tasso medio
italiano si aggira intorno al 24% e quello piemontese risulta pressoché uguale)
la nostra ricerca intende contribuire a comprendere le ragioni intrinseche ed estrinseche
che portano un giovane ad operare questa scelta.
Approfondendo i temi dell'abbandono scolastico, del rischio di emarginazione sociale
e culturale, del disagio giovanile, del ruolo del sistema della formazione professionale
alternativo a quello scolastico, ma di pari dignità, dell'opportunità così offerta
a coloro che non hanno trovato nel sistema educativo scuola una risposta alle proprie
esigenze, siamo giunti ad una conclusione che si allinea con le esigenze espresse
dal Consiglio di Bruxelles.
L'istruzione e la formazione sono essenziali per la trasmissione della conoscenza
e sono in perfetta sinergia con altri ambiti d'azione comunitari quali l'occupazione,
la politica economica e il mercato interno.
Le risorse umane rappresentano la principale ricchezza dell'Unione e qualsiasi investimento
in questo campo non può che determinare una crescita economica. Infatti l'impatto
positivo dell'istruzione sull'occupazione, sulla salute, l'inclusione sociale e
la cittadinanza attiva è già stato ampliamente dimostrato.
Per facilitare l'aumento del tasso di scolarità bisogna anche rivolgere l'attenzione
al cosiddetto "diritto allo studio", alle pari opportunità formative per ridurne
le disuguaglianze sociali e migliorare l'accesso agli studi.
Occorre potenziare non solo le risorse umane e gli investimenti di tipo economico,
ma prestare più attenzione a coloro che sono deputati alla formazione dei giovani.
Investire gli insegnanti quindi di un altro ruolo, molto più difficile, molto più
delicato e complicato. Creare in loro il presupposto per diventare degli educatori
e non più degli istruttori, con il compito non solo di trasmettere delle conoscenze,
dei saperi, ma dei valori e delle speranze.
Accompagnare i giovani nella loro trasformazione, nella loro crescita, nella loro
metamorfosi, trasmettendo la consapevolezza di sentirsi, di diventare ed essere
protagonisti della propria vita per diventare di conseguenza degli adulti responsabili.
I sistemi ci sono, le reti si potenziano, le motivazioni spingono, ma la volontà
esiste veramente? È proprio in questo ambito che la nostra ricerca si colloca anticipando
in qualche modo ciò che i recenti interventi normativi vorrebbero realizzare.
Essa potrebbe contribuire a suggerire alcuni spunti di riflessione nel tentativo
di rivolgere le attenzioni sui punti di debolezza, sulle criticità dei sistemi,
sui rischi di emarginazione.
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